Madian Orizzonti Onlus
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Storia di Sonia Torres

Abbiamo deciso di pubblicare l’articolo di Marta Platia, giornalista argentina che racconta la storia di Sonia Torres, Presidente delle Nonne della Plaza de Mayo, che meglio di qualunque racconto può dare il significato di quello che è stata una delle pagine più tremende della dittatura argentina.

Sappia mio nipote che non smetterò mai di attenderlo” È il primo caso di furto di bambini sottoposto a processo a Cordoba. Silvina Parodi fu sequestrata quando aveva 20 anni, al sesto mese e mezzo di gravidanza. Fu questo il caso che ebbe luogo alla riapertura del mega processo per i crimini di La Perla.
Marta Platía – Da Cordova

«Sì, io vidi Silvina Parodi de Orozco e il suo bambino. Quando me ne occupai la creaturina avrà avuto una o due settimane. Era in perfetto stato di salute. Insegnai anche alla madre come si allatta. Li vidi nel carcere del Buen Pastor, doveva essere inverno, nel 1976. Poi rividi più volte il bambino, ormai solo senza la madre, alla Casa Cuna». La testimonianza del pediatra Fernando Agrelo fu ineccepibile nell’attestare dinanzi al Tribunale Federale N 1 che il bimbo di Silvina Parodi, la fi glia di Sonia Torres, la presidente delle Nonne della Plaza de Mayo di Cordova, «nacque realmente» e che fu strappato a sua madre. Entrambi tuttora scomparsi, allo stesso modo del padre del bambino, Daniel Orozco. Il dottor Agrelo è la prima persona che afferma sotto giuramento di aver visto ed assistito la giovane mamma di 20 anni e suo fi glio nato in cattività prima della loro scomparsa. La sottrazione del bambino a Silvina Parodi rappresenta il primo caso di sottrazione di minore giudicato a Cordova.

Le udienze alla riapertura del mega processo per i crimini di lesa umanità commessi nel campo di internamento a La Perla, alla D2 e al Campo de la Ribera furono marcate dal caso di Silvina, Daniel e il nipote che la nonna Sonia Torres sta cercando da più di 37 anni.

Silvina Mónica, di vent’anni, e suo marito Daniel Orozco, di 22, erano studenti di Economia all’Universidad Nacional di Cordova. Furono sequestrati il 26 marzo del 1976 da una combriccola alla quale si aggiunsero «otto o nove uomini armati», e portati a La Perla. Una compagna di Silvina, non potendo più sopportare altre sessioni di torture alle quali fu sottomessa, accompagnò gli aguzzini all’umile casa del quartiere Alta Córdoba dove la coppia viveva. La donna, una delle poche sopravvissute di quel campo di concentramento, raccontò ogni particolare del sequestro.

In realtà, Silvina fu segnalata molto prima. Chi riferì il suo nome all’allora capo del Tercer Cuerpo de Ejército, Luciano Benjamín Menéndez, fu il direttore della scuola secondaria da lui gestita, la Manuel Belgrano, e nella
quale si adoperò al fi ne di ottenere il Boleto estudiantil, il BES, ossia la tessera per usufruire dei mezzi di trasporto a tariffa ridotta. Quest’uomo si chiamava Tránsito Rigatuso e fu colui che compilò un elenco di 19 alunni, 11 dei quali furono sequestrati dalla dittatura militare e fatti sparire nella denominata “La notte dei lapis” di Cordova. Questo sinistro personaggio arrivò persino a commettere la follia di citare in giudizio la mamma di Silvina accusandola di «calunnie e insulti» dopo che la stessa Torres l’aveva additato come delatore in una intervista rilasciata a La Voz del Interior.

Fu la prima volta che una nonna di Plaza de Mayo si sedette sul banco degli imputati.
Ma il tentativo di riscattare il presunto suo buon nome gli si ritorse contro: il giudice Rubens Druetta, che presiedette l’assurdo dibattimento nell’agosto del 2002, arrivò alla conclusione che in effetti Rigatuso aveva consegnato gli
studenti ai carnefi ci del Terrorismo di Stato e assolse Torres. Chi smascherò Rigatuso dinnanzi alla giustizia fu nientemeno che il vice di Menéndez, l’ex colonnello César Anadón, il quale dichiarò che fu l’allora direttore della
scuola che consegnò l’elenco all’ex capo del Tercer Cuerpo. Anadón avrebbe finito per suicidarsi due anni dopo: si sparò un colpo alla testa durante la detenzione domiciliare.

Giorni fa, Giselle Parodi, sorella di Silvina Parodi de Orozco, fu chiamata per la prima volta a testimoniare in quel processo. Emozionata ma ferma, Giselle ricordò che aveva “solo 16 anni” quando la vita della sua famiglia cambiò
defi nitivamente. “La prima volta che irruppero nella nostra storia fu nel luglio del 1975. Era inverno. Un gruppo d’uomini armati si introdusse nella nostra casa situata nel quartiere di Paso de los Andes, e gli uomini puntarono
il fucile contro di me, mio fratello Luis e la sua fi danzata Laura (Sonia Torres ebbe tre figli: Luis, Silvina e Giselle), contro mio padre e alcuni amici che erano con noi a mangiare delle pizze. Misero tutto sottosopra. Uno di loro
mi portò al piano di sopra in una stanza non ancora ultimata. Io ero piccola e l’unica cosa a cui pensavo era che per mia madre sarebbe stata pura follia credere che quel tipo avrebbe potuto farmi del male. Aspettarono che mia
sorella Silvina ritornasse dalla facoltà. Quando lei arrivò ci caricarono tutti su diverse automobili e ci portarono alla D2. Lì ci picchiarono duramente. Luis e Silvina furono separati da noi. Li percossero e li torturarono in una stanza
accanto a quella dove misero i miei genitori”.

A quel punto, Giselle, una bruna dai lunghi capelli scuri, s’interruppe per qualche istante. Si coprì il volto tornando ad essere la fragile adolescente di quei giorni e quelle notti trascorsi nelle celle della D2. Proseguì «Una notte
mia madre udì come bastonavano fino ad ucciderlo un ragazzo asmatico. Sentì come soffriva mentre respirava. Poiché mio fratello Luis era asmatico credette che si trattasse di lui. Fu per lei qualcosa di terribile». A cominciare
dalla liberazione dell’intera famiglia continuarono tutti ad essere sorvegliati sempre ed ovunque si recassero.

IL SEQUESTRO

Silvina e Daniel Orozco si sposarono il 31 dicembre del 1975. Trascorsero la luna di miele in tenda a Tanti nel Valle de Punilla. Erano felici per la gravidanza, «lei raggiante, sempre aveva primeggiato in tutto. Era persino stata campionessa olimpica di nuoto» ricordò la sorella. Arrivò però il golpe del 24 marzo. Quel giorno fu l’ultima volta che Sonia vide sua fi glia. Giunse a dirle che per favore abbandonassero il paese, che provava paura per lei.
Silvina e Daniel militavano nel ERP-PRT. Ma la giovane tranquillizzò la madre dicendole che non aveva fatto nulla di male. Che voleva soltanto un paese migliore. «E se tutti ce ne andiamo, mamma, chi rimarrà con il paese?», le domandò. Quello fu l’ultimo bacio e l’ultimo sguardo con i suoi occhi di cerbiatto: quegli occhi scintillanti, tondi e vivaci con i quali lei ancora guarda dallo striscione in bianco e nero che Sonia porta in ogni sfi lata da quando
diventò la prima nonna della Plaza de Mayo di Cordova. Il sequestro della coppia avvenne il 26 marzo. I vicini poterono ascoltare le urla di Silvina e Daniel. Trassero fuori Silvina avvolta in una coperta affinché non si vedesse lo stato di gravidanza di quasi sei mesi e mezzo. In questo modo fu descritta dalla testimone Cecilia Suzzara durante il processo la figura nascosta di Silvina.

Nella casa più tardi si sarebbe ritrovato un certifi cato medico in cui un dottore, dal cognome Ruli, che si prese cura della giovane quello stesso mattino, riferiva come possibile data di nascita del bambino «tra la fine di giugno e gli inizi di luglio del 1976».

-E come seppero che il bimbo di Silvina era nato? – domandò l’accusante Marité Sánchez.

– In quegli anni ero volontaria presso la casa Cuna – rispose Giselle Parodi-. Mi incaricavo della formazione dei volontari. Portavo sempre a casa mia neonati o bambini da accudire. Improvvisamente cominciai a notare che me
ne affi davano sempre di meno. Quando ne domandai la ragione, una suora, la madre Asunción Medrano, mi disse: «Perché tu e tua madre avrete senz’altro abbastanza lavoro con il piccolo di Silvina». Fu quando venni a sapere della
nascita del bimbo. Mi raccontò che era stata invitata all’inaugurazione del reparto nascite del Buen Pastor (il carcere femminile) e venne a conoscenza che Silvina aveva avuto un fi glio maschio. Allora chiesi alla suora di portarmi
al Buen Pastor a trovare mia sorella e a cercare mio nipote. Ricordo che fu un giorno festivo o una domenica quando ci recammo di mattina. Non vi era quasi nessuno in strada. Una guardia chiamò una giovane suora con un grembiule da cucina la quale ci ricevette e avvisò la madre superiore preposta.

Ricordo che entrammo nell’atrio e che le suore si allontanarono un poco da me. Ciò nonostante riuscii ascoltare ogni parola. La madre superiora sfogliò le pagine di un quaderno dalla copertina scura e disse: «Sì, Silvina è stata qui con
il suo bimbo, ma alcuni giorni fa fu trasferita al sud. E il bimbo non è più qui».

Tutto questo successe alla fine giugno del 1976 o ai primi di luglio. Quando uscimmo, suor Asunción Medrano riferì il dialogo confermando tutto quanto avevo ascoltato.

GALERE SOTTERRANEE

La famiglia di Silvina Parodi cominciò a cercarla da quello stesso pomeriggio in cui la portarono via. Sonia Torres e suo marito Enrique Parodi ripercorsero commissariati, ospedali, carceri e persino camere mortuarie alla ricerca di
Silvina e Daniel. Durante quel vagare, e poiché Parodi era stato aviatore, venne a conoscenza, tramite i suoi contatti militari, che erano stati portati a La Perla. Infatti Silvina fu vista nelle docce di quel campo di concentramento dove una superstite giunse a dirle che «la avrebbero portata al Buen Pastor ad avere il bambino.

I genitori seguirono la traccia del suo trasferimento nel carcere di San Martín, la UP1, dove «mia mamma poté lasciare degli abiti a Silvina, giacché la nuova compagna di mio padre, Marta, riuscì, grazie a una conoscenza, a sapere che lì era rinchiusa».

Da Sonia Torres, per un certo periodo, ritirarono abiti e prodotti igienici fino a quando smisero di farlo. Tale rifiuto poteva significare due cose: o che l’avevano trasferita oppure assassinata.

In una delle ultime udienze dello scorso anno, il superstite ed ex segretario dei Diritti Umani del Municipio di Cordoba, Luis “Vittín” Baronetto, denunciò che «durante una visita che feci nell’esercizio delle mie funzioni i prigionieri mi raccontarono che in una delle celle sotterranee erano stati tenuti nascosti dei guerriglieri durante la dittatura». Baronetto percorse allora una galleria dove vide delle segrete e decine di manette fissate nel muro «a circa quaranta centimetri dal suolo».

Nella sua dichiarazione dello scorso anno, Sonia Torres precisò: «L’allora direttore del carcere, il commissario Montamat, ci aveva detto che Silvina si trovava lì. Un giorno Enrique Parodi riceve una chiamata proprio da Sasiaíñ:
Ascolta, Parodi, ho fermato Montamat. Va dicendo a tutte le famiglie che i loro fi gli stanno bene. E il mio ex marito – spiegò Sonia – temendo che potesse succedere qualcosa a Montamat, gli disse ‘si tratta forse di un errore’».

L’11 febbraio di quest’anno, i giudici Jaime Díaz Gavier, Julián Falcucci, Camilo Quiroga Uriburu e Carlos Ochoa, insieme ai giornalisti che si occupano del processo, percorsero, su richiesta dei denuncianti Marité Sánchez e Mariana Paramio, quella galleria – fino ad ora sconosciuta – indicata dai carcerati a Baronetto.

Il sopralluogo accertò che «nel carcere costituzionale coesistevano nel sottosuolo celle illegali». Ne dedussero «la possibilità» che vi si fosse tenuta nascosta Silvina oltre ad altri sequestrati mai apparsi nei libri.

CULLE CON NEONATI “NN”

Giselle Parodi e sua madre Sonia Torres non si diedero per vinte. Vennero a conoscenza che in quel tempo in una sala della Casa Cuna venivano nascosti dei bambini che erano i fi gli dei desaparecidos o di detenuti, poiché a quel tempo non so se già era in uso quella parola- precisò il testimone-.

Le culle erano di ferro bianco ed era lì dove io cercavo il fi glio di Silvina. Sopra la culla si leggeva ‘NN’. Sempre appariva il nome del bambino ma su quelle culle c’era la scritta ‘NN’. Mai mi potrò dimenticare di quell’immagine.
Cercavo disperatamente di rintracciare i lineamenti del viso di mia sorella, di quelli di suo marito.

Quei bambini erano sotto la custodia di militari armati. Entravo senza essere visto quando andavano in bagno o al momento del cambio della guardia. Conoscevo bene i loro movimenti.

– E cosa successe con il corpo dei volontari di rinforzo? – domandò Marité Sánchez.

– Un giorno arriviamo e vi troviamo un lucchetto. Lavoravamo nella soffitta della Casa Cuna poi non ce lo permisero più. In quel periodo avevamo una compagna di nome Marta Córdoba, la quale aveva uno zio militare. Lui le consigliò di starsene a casa in quanto noi tutte come volontarie apparivamo sulla lista nera.

Giselle anche ricordò ai giudici che «il dottor (Fernando) Agrelo vide Silvina ed il bambino al Buen Pastor. Lo disse a mia mamma. Agrelo era amico di una amica di mia madre, Susana Ghitta. Ne rese testimonianza». Nella dichiarazione, Fernando Agrelo fece anche il nome di “Suor Monserrat”, e fu così che il pubblico ministero Facundo Trotta la citò in giudizio a dichiarare. Il pediatra inoltre disse che, sebbene il piccolo «si trovava in perfette condizioni di salute», la mamma «era molto provata. Fui a vederla nel carcere del Buen Pastor su richiesta di Sonia Torres. Le avevano detto che, oltre ad essere pediatra, i miei rapporti con le suore erano buoni». Prima di Agrelo, un altro medico che si prese cura di Silvina, fi nì per perdere la vita. «Era un dottore che si chiamava Elías» rammentò Sonia Torres. «Gli chiedemmo che la visitasse per vedere come proseguiva la gravidanza. Sapemmo che si recò alla
UP1. Il giorno dopo, mentre il medico Elás stava operando al pronto soccorso, entrarono dei soldati, lo ammanettarono e se lo portarono via.

Il cadavere comparve in un fossato sulla strada per Chacras de la Merced.»

Prima di concludere la sua dichiarazione, Giselle Parodi si girò su se stessa e guardò gli aguzzini ancora presenti in sala. Fu in quel momento quando chiese loro, trattenendo le lacrime, «un gesto di umanità. È da quando si portarono via Silvina e Daniel e il loro ragazzino che li stiamo cercando. La nostra vita è ruotata perennemente attorno a quella ricerca.

Un atto di umanità: per favore diteci dove sono i resti dei miei fratelli e nelle mani di chi avete consegnato mio nipote! Mia madre se lo merita.

Li ha cercati per più di 37 anni e noi continueremo fino a quando non li troveremo».

Il nipote di Sonia Torres oggi deve avere 38 anni. Stando a quanto gli disse sua nonna all’uscita del Tribunale, «fi nché non ricupererà la sua vera identità sempre sarà uno schiavo della dittatura. Anche a me rubarono la mia
identità. Ho smesso di essere quella che ero per essere questa nonna sempre alla ricerca. Adesso chiedo a mio nipote che mi rintracci, che mi si avvicini.

Ho 84 anni e il mio tempo sta per fi nire. Voglio che sappia tutti i giorni, a ogni ora, che da sempre lo sto aspettando».

Traduzione a cura del Prof. Giancarlo Depetris

Madian Orizzonti

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